Parma e i segni del Medioevo
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Fornovo

PIEVE DI SANTA MARIA ASSUNTA
Fornovo rivestì una grande importanza sul tratto parmense dell’itinerario francigeno in quanto centro plebano e punto di raccordo dei percorsi romei che si diramavano dalla via Emilia. Proprio a ciò si deve la notevole organizzazione di ospizi dell’area: a Medesano, dove esistevano due ospedali intitolati a santi tipicamente romei – san Giacomo, niente meno che il “destinatario” del cammino di Santiago in Galizia, e san Lazzaro, da sempre collegato a strutture ospedaliere e di ricovero, specie per i lebbrosi (mansiones leprosorum o infirmorum ) –, a Felegara, ove lo xenodochio era dedicato a san Genesio e, presso il ponte sul Taro, la cosiddetta domus pontis Taronis, dedicata a san Nicolò.
Tale ospizio era retto dagli ospitalieri di Altopascio, i cavalieri del Tau – protagonisti del pellegrinaggio medievale in area toscana e grandi costruttori di ponti e chiatte – che, nell’omonimo luogo toscano, gestivano un famoso complesso di assistenza ai pellegrini, voluto da Matilde di Canossa per assolvere un voto da lei fatto a Cassino.
L’ospedale presso il ponte, direttamente soggetto al vescovo di Parma, nella prima metà del XIII secolo fu distrutto da una inondazione ed è forse per questo che non lo si trova citato negli Statuti del secolo XIV.
La romana Forum Novum fu una mansione estremamente significativa sul percorso romeo al punto da essere ricordata da tutte e tre le fonti a noi pervenute sulle tappe della via Francigena e cioè sia da Sigerico, arcivescovo di Canterbury (che denomina Fornovo col toponimo “Philemangenur”) che percorse la Romea nel 990 circa, che dall’abate islandese Nikulas de Munkathvera (“Tàrs-borg”, con allusione al fiume Taro) nel 1154, che dal re di Francia Filippo Augusto, di ritorno dalla terza crociata nel 1191 (“Furnos”).
Infatti la chiesa di Santa Maria Assunta è particolarmente ricca di riferimenti all’itinerario sacro. Probabilmente risalente alle fondazioni dei re longobardi del secolo VIII, e pertanto già menzionata a metà del IX secolo, presenta attualmente facciata a capanna con due bifore. L’edificio religioso, riedificato nell’XI secolo, deve l’esonartece, l’ambone e il portale sinistro ai secoli XII e XIII e la torre campanaria al XIV (tra il 1301 e il 1375). L’attuale aspetto, tipicamente romanico, che ingloba l’antico nartece per i pellegrini, sembra risalente al XVI secolo, mentre il portale e le cappelle sono settecenteschi.
Sempre in facciata la notevole scultura del pellegrino, posta in una nicchia e acefala, rimanda all’abbigliamento tipico dei romei con le chiavi appese in cintura (non in questo caso, ma in genere sette, simbolo delle sette basiliche romane meta del pellegrinaggio), e gli accessori necessari alla sopravvivenza durante il cammino: il pane legato su un fianco, il secchio per l’acqua e un sacco sulle spalle.
Il viandante fornovese è accompagnato da altre figure come i due telamoni – di riporto in quanto parte dell’antico portale – e da due lastre con bassorilievi – una volta parte dell’ambone – raffiguranti l’inferno e i sette vizi capitali. Tra questi spicca l’avarizia, qui personificata in un avaro oberato dal peso del suo vizio e da anime ribollenti in pentoloni, a monito per gli uomini che il loro viaggio verso il bene era necessario per non rischiare la pena eterna. Ancora, sul portale laterale del fianco, un uomo è impegnato in una caccia simbolica contro animali fantastici.
All’interno, entrando, si trova immediatamente un atrio coperto da volte poggianti su pilastri polistili e capitelli istoriati con richiami ai simboli degli evangelisti e alla tentazione di Adamo ed Eva, accompagnati da animali e da figure mitiche, come la donna su centauro con frecce. Questa è la zona del vecchio nartece della chiesa due-trecentesca; qui sono collocate due statue – un re e un vescovo (Liutprando e san Moderanno, con ogni probabilità) – e due colonnine di epoca contemporanea alle sculture della facciata, che fungono da sostegno per le acquasantiere
L’interno – a tre navate separate da quattro grosse colonne centrali e sei mezzi pilastri in pietra di fiume e cotto con capitelli decorati da centauri, motivi floreali e geometrici – risale all’XI secolo. Sull’altare maggiore spicca l’opera più pregevole della chiesa, una lastra ora impiegata come paliotto con le storie di santa Margherita, in marmo bianco, di evidente stile antelamico, il cui autore è uno scultore di fine XII - inizio XIII secolo, forse lo stesso attivo anche a Bardone.
La lastra era probabilmente parte di un ambone insieme ad alcune tra le sculture ora in facciata.
La storia della santa, martirizzata sotto Diocleziano, scorre davanti agli occhi del visitatore in quattro momenti della sua persecuzione: davanti al prefetto Olibrio, relegata in carcere, vincente nella lotta contro il drago e il demonio e, infine, al momento del martirio. Santa Margherita è strettamente legata all’itinerario sacro romeo, e pertanto presente in più punti dell’antico percorso, come dedicataria di ospedali, di cui uno sempre in territorio, non lontano da Fidenza (San Donnino, nel medioevo), e di chiese: le sue pretese reliquie riposano infatti, almeno dal X secolo, a Montefiascone, importante mansione francigena dell’Italia centrale, nel duomo a lei intitolato. La sua vicenda viene sfruttata a Fornovo in chiave ornamentale per sottolineare la resistenza della Chiesa contro le eresie che infuriavano all’epoca, di matrice catara in particolare, che negavano i dogmi fondamentali della fede, quali l’esistenza dell’inferno, che qui a Fornovo è invece efficacemente rappresentato. Nelle cappelle di destra del duomo spiccano oggi, tra gli arredi, un’Assunta di Bernardino Riccardi (1847), dono di Maria Luigia, e una seicentesca ancona in stucco. Nelle cappelle di sinistra si distinguono pezzi secenteschi come l’ancona con annunciazione, assunzione, santa Margherita e san Francesco e una tela coeva che raffigura la fuga in Egitto.
Sopravvivono ancora tre capitelli romanici murati. Tra i tesori d’arte restano una croce-reliquiario dell’XI-XII secolo, un ostensorio e un turibolo settecenteschi oltre a paramenti sacri dello stesso periodo. La croce merita un’attenzione particolare in quanto reca l’immagine di un Cristo crocifisso sul modello del celebre Volto Santo – lo si desume dalla tunica di cui Gesù è vestito – venerato dai pellegrini nella tappa di Lucca, la cui rappresentazione divenne nota proprio grazie a raffigurazioni “itineranti” come questa.

I testi sono tratti da Per antichi cammini. Il medioevo a Parma e provincia. Milano, Silvana Editoriale, 2003.

data di creazione: 28/10/2005
data di modifica: 28/10/2005
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