Parma e i segni del Medioevo
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Berceto

IL DUOMO
Berceto fu una tappa significativa per i pellegrini romei che transitavano nel Parmense poiché era l’ultima mansio prima del passo della Cisa. L’attuale toponimo risale all’epoca romana allorché, nella Tabula Alimentaria di Veleia, sono menzionati i saltus prediaque Berusetis. È comunque ripreso in epoca posteriore da Paolo Diacono nella sua Storia dei Longobardi, quando lo storico narra che il re Liutprando “monasterium quod Bercetum dicitur aedificavit”. La mansione bercetana sulla Romea è però denominata “Sancte Moderanne” nella descrizione dell’itinerario percorso dall’arcivescovo di Canterbury Sigerico di ritorno da Roma (990) e “Seint Morant” in quella dell’itinerario percorso dal re Filippo Augusto di ritorno dalla crociata nel 1191 (altre interpretazioni indicano invece Berceto come la “Sancte Benedicte” sigericiana e “Sancte Moderanne” come Bardone). La non corrispondenza dei toponimi citati da questi due illustri pellegrini con quello attuale si deve alla storia della chiesa di San Moderanno, oggi duomo, dedicata appunto al santo vescovo di Rennes, morto a Berceto nel 730. È degno di nota che Moderanno stesso fu pellegrino: ritornando da Roma decise, cogliendo nei pressi della chiesa di Berceto i segni della volontà divina, di dimorare in questi luoghi, rinunciando alla cattedra vescovile rennense e insediando qui, secondo la tradizione, le reliquie di san Remigio di Reims.
La chiesa era stata voluta da Liutprando nel 712; tale fondazione si pone sulla scia delle strutture edilizie volute dai sovrani longobardi lungo la Romea – come monasteri e ospedali – per rinsaldarne il controllo, in opposizione alle vie alternative verso sud, governate dai bizantini. La chiesa originaria fu prima sede di monaci e poi di canonici dipendenti dalla mensa vescovile di Parma in un processo graduale di assoggettamento alla diocesi parmense a partire dai provvedimenti in tal senso di Carlomanno (879), Ugo di Provenza (926), Ottone III (989) e Corrado II (1027 e, di nuovo, 1036).
L’edificio subì rimaneggiamenti importanti già tra la fine del XII e l’inizio del XIII secolo – una vera e propria riedificazione – che gli conferì l’impianto attuale e cioè l’organizzazione planimetrica, la facciata – poi rivisitata –, parte del transetto e delle absidiole, la base del campanile e i due pilastri del presbiterio. Nel XV secolo, quando Berceto era nell’orbita dei Rossi, il tempio religioso subì un’ulteriore evoluzione stilistica: intanto la “firma” della nobile famiglia sui capitelli – un leone rampante –, poi gli archi a sesto acuto al posto di quelli romanici, nonché una risistemazione dell’abside, che divenne quadrata, pur mantenendo i tabernacoli quattrocenteschi in pietra. Cinquecentesche sono anche le cappelle e le absidi laterali, mentre la sagrestia rimonta a un’epoca di poco precedente. A questo periodo risale l’interno della chiesa com’è ancora oggi . A metà Ottocento la facciata in arenaria a capanna venne restaurata in falso romanico e allo stesso modo la parte superiore del tiburio-campanile.
Il portale è originale e si presenta strombato con tre colonnine che si uniscono a tutto sesto racchiudendo la lunetta (fine XII - inizio XIII secolo). Qui fa mostra di sé una crocefissione di stile antelamico che vede Cristo in croce con i soldati attorno e Longino che ne raccoglie il sangue in un’anforetta, davanti alla Madonna e ai santi Moderanno e Abbondio, mentre due angeli sovrastano in modo simmetrico la figura di Gesù. Il tema del sacrificio di Cristo è perfettamente collegabile alle raffigurazioni plastiche dell’architrave, dove troneggiano i vizi degli uomini e il peccato che Gesù è venuto a espiare sulla Terra, i quali sono rappresentati da animali come il grifone, la lonza, il corvo che rode un animale sulla schiena, un asino che suona uno strumento a corda e la chimera, più alcune figure umane in alterco tra loro. Sugli stipiti, oltre ai telamoni che reggono l’architrave, si fronteggiano un simbolo della vita – la fiaccola – che potrebbe alludere alla conquista della vera vita, quella eterna che Gesù ci ha garantito con la sua morte e resurrezione, e quello tipico della tentazione, il serpente, che già ai tempi di Adamo ed Eva cercò di impedire all’uomo il raggiungimento di Dio.
Sul portale nord, nel fianco sinistro della chiesa, sono riconoscibili due figure umane a rilievo, i santi Pietro e Paolo, l’uno prima “pietra” della Chiesa e l’altro, l’apostolo delle genti, il primo vero divulgatore del messaggio cristiano. Un tema nuovamente “romeo” è raffigurato nella lunetta: l’adorazione dei Magi. I tre re Magi furono infatti percepiti dagli uomini del medioevo come i precursori di ogni pellegrinaggio posteriore; anch’essi detengono un primato: furono i “protopellegrini” che compirono il viaggio per incontrare Gesù. Non dimentichiamo che anche Colonia, sede delle loro pretese reliquie, fu destinazione di pellegrinaggi medievali ed anche sosta intermedia sulla strada verso i luoghi santi.
All’interno del duomo di Berceto – a tre navate divise da colonne – l’abside quadrangolare si trova presso le ali del transetto, dell’VIII secolo; sempre a quest’epoca, e quindi alle origini della chiesa di Berceto, risale una lastra tombale con dei pavoni ai lati di una croce. Il pavone, in ambito pagano prima e cristiano poi (catacombe di Roma), simboleggiava l’immortalità e si lega pertanto al discorso della vita oltre la vita, a cui bisogna prepararsi già nel corpo mortale.
Altra sopravvivenza medievale – a sinistra entrando nella navata – è la cosiddetta arca di San Boccardo (ricomposta nel 1916 dal Cusani, che lavorò anche nella pieve di Vicofertile) dedicata nel 1355 dall’imperatore Carlo IV con iscrizione di dedica, dopo che ebbe percorso la Romea e fondato la cappella imperiale di Terenzo (cfr. Terenzo). San Burcardo (o Brocardo, o Boccardo), vescovo di Würzburg, fu un monaco anglosassone missionario, vissuto nell’VIII secolo e compagno di san Bonifacio, che lo consacrò, secondo la tradizione, primo presule di Würzburg nel 741. In realtà la versione della presenza delle sue spoglie mortali a Berceto è meno attendibile di quella della sua sepoltura a Würzburg, da cui le sue reliquie sarebbero state poi traslate nel X secolo presso il convento di Sant’Andrea, da lui fondato in quella città nel 747.
Il duomo di Berceto, per la sua lunga storia, fu man mano arricchito da arredi, paramenti e tesori dei diversi periodi; tra essi spiccano il cosiddetto “Piviale di san Moderanno”, una stoffa lucchese del XII secolo, diverse ancone seicentesche, i sedili dell’abside e il crocifisso settecenteschi, come pure il dipinto Madonna col Bimbo, e santi Francesco, Margherita da Cortona, Vincenzo Ferreri di Paolo Ferrari. È ancora visibile, inoltre, un affresco quattrocentesco raffigurante la Madonna col Bambino Gesù in uno dei pilastri della parte sinistra.
La strata Romea lastricata attraversa ancora l’abitato di Berceto con vicoli disposti ortogonalmente passando proprio di fronte al duomo, che ne è il baricentro. Lungo la direttrice romea si snodano le abitazioni; ai palazzi quattrocenteschi dai raffinati portali con stemmi nobiliari – tra cui quello dei Rossi – si alternano le case di sapore medievale a due piani con gli ambienti di servizio al piano terreno e la zona per la notte al piano superiore. Un esempio di casa-torre su tre livelli prospetta ancora la piazza principale. Spesso alcuni ambienti degli stessi edifici di abitazione, al piano terreno, erano adibiti a bottega e ancora oggi restano piccole balaustre per l’esposizione della merce.
L’antico borgo di Berceto è rappresentato nel celebre affresco di Benedetto Bembo della camera d’Oro nel castello di Torrechiara come fortificato, con le porte di accesso, gli edifici all’interno e la rocca, con torri e mastio. Oggi non resta quasi nulla dell’antico castrum, parte dei beni montani della potentissima famiglia dei Rossi, a cui apparteneva anche Torrechiara. Qui nel famoso affresco bembiano sono raffigurati infatti tutti i castelli di proprietà rossiana – tra cui proprio quello di Berceto – in un percorso ideale tra le sue terre fatto compiere da Pier Maria Rossi all’amata Bianca, in abito da pellegrina. Un singolare “richiamo” al pellegrinaggio medievale è dato dall’abito da “romea” di cui Bembo ha rivestito Bianca Pellegrini di Arluno, amata dal più famoso dei Rossi, Pier Maria, che proprio a Berceto nacque nel 1413. La dinastia de Rubeis (Rossi) dominò infatti Berceto fino all’epoca farnesiana, se si escludono le parentesi dei Fieschi nel secondo decennio del Trecento – a cui il castello venne assegnato da Enrico VII – scaligera e dei Correggesi, di poco posteriori.
Nei pressi di Berceto, merita di essere ricordato il piccolo borgo di Corchia, in val Manubiola, già presente in documenti medievali come dipendenza di Berceto dal punto di vista sia amministrativo che religioso. Infatti “Corcla” o “Corcha” viene dichiarata “de districtu Berceti” già nel XII secolo e la chiesa di San Martino (santo “romeo”, cfr. Cassio) nel XIV secolo è parte dell’area plebana di Berceto. Corchia entrò poi nell’orbita dei Sanvitale dal XIV al XVIII secolo, per poi passare alla famiglia comitale dei Tarasconi-Smeraldi.
Il borgo, molto suggestivo, si snoda in direzione nord-sud con stretti vicoli, sottopassi e case dai caratteristici tetti in lastre di arenaria.
Spicca un edificio loggiato su tre piani e con il tetto coperto da lastroni in pietra, con ingresso e balcone al primo piano; di genere simile è una casa, sempre con loggia, forse risalente, come tipologia, al XIII secolo.
Anche a Corchia la strada presenta il tipico selciato riconducibile al modello della Romea medievale, fulcro fisico e ideale del borgo.

I testi sono tratti da Per antichi cammini. Il medioevo a Parma e provincia. Milano, Silvana Editoriale, 2003.

data di creazione: 28/10/2005
data di modifica: 28/10/2005
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